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Quaternario

Il Quaternario è il periodo geologico in cui viviamo. Inizia 2,6 milioni di anni fa, spinto dalle prime grandi glaciazioni dell'emisfero settentrionale, e arriva fino a oggi. È l'intervallo temporale più breve dell'intero Fanerozoico. Il più documentato. Il più vicino. Il palcoscenico di due forze dominanti: il ghiaccio e l'uomo. Il termine fu coniato nel 1829 dal geologo francese Jules Desnoyers per inquadrare i depositi più recenti della Terra. La cronologia geologica divide il periodo in due epoche esatte. Il Pleistocene (da 2,6 milioni a 11.700 anni fa), scandito dalle pulsazioni dei cicli glaciali. E l'Olocene (da 11.700 anni fa a oggi): la finestra interglaciale mite che ha cullato l'intera civiltà umana.

L'ecosistema del Quaternario

Clima e geografia

Il clima del Quaternario segue un metronomo astronomico. Glaciazioni e fasi interglaciali si alternano in cicli di circa 100.000 anni, dettati dalle variazioni dell'orbita terrestre: i cicli di Milanković. Nelle fasi di gelo profondo, enormi masse di ghiaccio continentale si espandono dall'Artico. Sepoliscono gran parte del Nord America, dell'Europa settentrionale e dell'Asia. Sottraendo acqua agli oceani, fanno crollare il livello dei mari di 100-120 metri. Durante gli interglaciali, la calotta arretra, l'acqua di fusione riempie i bacini oceanici e le temperature globali si alzano.

Il Pleistocene registra almeno venti di questi cicli estremi. L'Ultimo Massimo Glaciale colpisce la Terra 20.000 anni fa. In Europa, la morsa di ghiaccio si spinge a sud fino a invadere l'attuale pianura Padana in Italia e a ricoprire l'area su cui oggi sorge Londra. Segue un collasso termico improvviso. 11.700 anni fa i ghiacciai fondono su scala globale, innescando l'inizio dell'Olocene.

Queste brutali fluttuazioni oceaniche ridisegnano la mappa dei continenti. I fondali marini esposti diventano ponti di terraferma. La Beringia salda Siberia e Alaska. Il Doggerland unisce la Gran Bretagna all'Europa continentale. Sono corridoi di terra che incanalano immensi flussi migratori di fauna e spingono l'essere umano a colonizzare nuovi frammenti di globo.

Fauna

Il Pleistocene coincide con l'era dei giganti mammiferi: la megafauna. I mammut lanosi (Mammuthus primigenius) solcano le tundre protetti da zanne ricurve e da un manto termico impenetrabile. I mastodonti presidiano le foreste nordamericane. I megaceri (Megaloceros giganteus) sfoggiano palchi larghi quasi quattro metri. Le steppe eurasiatiche tremano sotto il peso dei rinoceronti lanosi. In Europa dominano i leoni delle caverne e gli orsi spelei. Nelle Americhe caccia lo Smilodon, il felino dai denti a sciabola, mentre il Sudamerica ospita bradipi giganti imponenti quanto un elefante.

Tra 50.000 e 10.000 anni fa, questo ecosistema di titani crolla. L'estinzione della megafauna pleistocenica cancella decine di generi animali in pochissimo tempo. La comunità scientifica dibatte ancora i fattori scatenanti. L'impatto dei cambiamenti climatici di fine glaciazione si somma alla violenta pressione venatoria delle popolazioni umane in espansione. Il risultato è un collasso biologico: il pianeta moderno ospita una frazione dei grandi mammiferi che popolavano la Terra 100.000 anni fa.

In questo scenario di selezione spietata si afferma Homo sapiens. I resti fossili lo collocano in Africa 300.000 anni fa. Tra 70.000 e 50.000 anni fa, varca i confini continentali. Tocca l'Australia circa 50.000 anni fa. Penetra nelle Americhe tra 20.000 e 15.000 anni fa e raggiunge in canoa le isole più isolate del Pacifico nell'arco degli ultimi millenni. Per la prima volta nella storia geologica, una singola specie si adatta a deserti, tundre artiche, foreste equatoriali e catene alpine.

Flora

La copertura vegetale risponde alle pulsazioni glaciali. Si contrae. Si espande. Sotto le coltri di ghiaccio pleistoceniche, le foreste cedono terreno verso latitudini inferiori. Avanzano le tundre, le steppe fredde e i deserti di ghiaccio. Nuclei di biodiversità vegetale sopravvivono isolati in specifiche zone temperate, i refugia, pronti a riprendere quota e risalire verso nord al primo disgelo.

Con l'aumento termico dell'Olocene, l'assetto botanico muta radicalmente. Le foreste temperate riprendono il controllo dell'Europa e del Nord America. La fascia pluviale tropicale si allarga. Le savane africane assumono i contorni spaziali odierni. Circa 10.000 anni fa, scatta un punto di rottura ecosistemico: la Rivoluzione Agricola. L'essere umano abbandona le esclusive dinamiche di caccia e raccolta. Seleziona e pianta grano, riso, mais e legumi. La flora selvatica si ritira sotto la pressione meccanica dei terreni messi a coltura. La biologia vegetale del pianeta passa sotto il controllo ingegneristico di una sola specie.

Fine

Siamo ancora qui

Il Quaternario è il nostro presente. Dal punto di vista della stratigrafia ufficiale ci troviamo ancora in pieno Olocene. Eppure, la mole delle alterazioni umane sulla chimica e sulla morfologia terrestre spinge i ricercatori a postulare l'inizio di una nuova epoca: l'Antropocene. Il limite formale tra Olocene e Antropocene è in fase di deliberazione geologica, ma i marcatori fisici del nostro passaggio sono già incisi nella crosta terrestre. Microplastiche, radionuclidi sprigionati dai test nucleari, accumuli anomali di pollini coltivati, strati di ceneri industriali. Saranno la firma stratigrafica inorganica del nostro passaggio.

I dinosauri abitavano il Mesozoico ignorando le forze che avrebbero spazzato via la loro era. L'essere umano, vertice del Quaternario, è la prima specie a possedere gli strumenti per leggere la storia passata e comprendere il proprio peso specifico sui record geologici del futuro.

Curiosità

Nel 1991, due escursionisti individuano un corpo emerso dal permafrost alpino, al confine tra Austria e Italia. È Ötzi, "l'Uomo venuto dal ghiaccio". Un cacciatore del Neolitico sigillato per 5.300 anni in un crepaccio ghiacciato. La liofilizzazione naturale estrema ha preservato ogni dettaglio anatomo-patologico: Ötzi è morto in alta quota, ucciso da una freccia penetrata nella spalla sinistra. Le analisi criogeniche sui reperti olocenici hanno permesso di mappare il suo genoma, di individuare il suo gruppo sanguigno e di ricostruire il suo ultimo pasto a base di cervo, stambecco e cereali. È il documento biologico umano più antico e intatto mai recuperato. Un reperto puro del Quaternario.