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La seconda estinzione di massa


il lungo crepuscolo del Devoniano

Non un singolo colpo. Una sequenza di traumi, distribuiti su quasi 20 milioni di anni, tra 375 e 359 milioni di anni fa. La seconda estinzione di massa nella storia della Terra sfugge alle istantanee. Nessun meteorite apocalittico su cui puntare il dito. Fu una crisi sistemica prolungata, scandita da due picchi di mortalità globale: l'evento di Kellwasser e l'evento di Hangenberg. In mezzo, alcuni milioni di anni di respiro illusorio. Poi, il collasso definitivo.

Il bilancio si chiuse con la cancellazione del 70-75% delle specie viventi. Gli ecosistemi marini crollarono. Le grandi barriere coralline del Devoniano, un complesso labirinto ecologico, si sgretolarono. I Placodermi, pesci corazzati dominatori dei mari per 100 milioni di anni, svanirono per sempre. Agli oceani, privati dei loro predatori apicali, servirono milioni di anni per riassestare le reti trofiche.

La definizione di estinzione del Tardo Devoniano fotografa questa agonia dilatata. Tra Kellwasser (372 milioni di anni fa) e Hangenberg (359 milioni di anni fa) intercorrono 13 milioni di anni. Due impatti letali per la biosfera.

Atto I — Il mondo del Devoniano superiore

Nel Devoniano superiore, 375 milioni di anni fa, la geografia planetaria preparava la Pangea. Le masse continentali di Laurussia a nord e Gondwana a sud si avvicinavano, separate da mari interni caldi e profondi. I poli erano privi di ghiaccio. Le acque superficiali registravano temperature ben superiori agli standard termici attuali.

La vita fioriva negli oceani. Coralli stromatoporoidi e tabulati edificavano barriere chilometriche nei bacini tropicali. I Placodermi dettavano legge. Il Dunkleosteus, predatore dotato di cranio blindato e mascelle capaci di imprimere 5 tonnellate per centimetro quadrato di pressione, controllava le catene alimentari. Accanto a lui proliferavano trilobiti, brachiopodi, ammoniti e crinoidi. Un intero ecosistema forgiato da decine di milioni di anni di evoluzione paleozoica.

Sulle terre emerse, i continenti si tingevano di verde. Le prime foreste — alberi provvisti di veri tronchi, cortecce e apparati radicali profondi — colonizzavano la roccia nuda. Nelle acque basse, i primi tetrapodi, pionieri vertebrati a quattro arti, testavano l'ambiente terrestre. L'evoluzione premeva sull'acceleratore. Poi, l'interruzione.

Atto II — Una crisi senza colpevole unico

Tra le Big Five, la crisi del Devoniano sfugge alle diagnosi facili. Nessun supervulcano rintracciabile come nella Grande Morte permiana. Nessun asteroide tracciabile come nell'estinzione K-Pg. Paleontologi e geologi affrontano un mosaico di concause. Meccanismi distruttivi in sovrapposizione che innescarono una spirale di instabilità lunga milioni di anni.

L'ipotesi delle piante terrestri

Il paradosso della vita che distrugge se stessa. Le radici delle neofite foreste devoniane frantumavano la roccia, accelerando l'erosione chimica. Questo processo dirottò nei sistemi fluviali, e infine in mare, tonnellate di fosforo e azoto. Negli oceani, l'eccesso di nutrienti scatenò un'eutrofizzazione globale. Le esplosioni algali saturarono le acque superficiali, consumando l'ossigeno disciolto. Il risultato fu la creazione di immense zone anossiche. Senza ossigeno, la fauna andò incontro all'asfissia. Il verde terrestre avvelenò il blu marino.

Il raffreddamento climatico e le glaciazioni

Queste stesse foreste, agendo come pompe di carbonio, sequestrarono volumi incalcolabili di CO₂ atmosferica. L'effetto serra subì un arresto. I termometri globali precipitarono. Sul continente Gondwana, nell'emisfero sud, si formarono le prime calotte glaciali del Devoniano. L'acqua intrappolata nel ghiaccio fece crollare il livello dei mari. Le piattaforme continentali, epicentro della biodiversità marina, rimasero esposte e inaridite. Le barriere coralline, programmate per regimi termici caldi e stabili, collassarono.

Il ruolo degli impatti meteoritici

A questo quadro clinico già compromesso, l'astronomia aggiunge un'incognita. Crateri da impatto come quello di Siljan in Svezia (52 chilometri di diametro, risalente a 377 milioni di anni fa) e di Alamo in Nevada coincidono a grandi linee con l'evento di Kellwasser. Manca la pistola fumante, il tracciante chimico globale. Eppure, le piogge meteoritiche potrebbero aver esacerbato lo stress di una biosfera già vicina al punto di non ritorno.

Il secondo picco, l'evento di Hangenberg (359 milioni di anni fa), sferrò il colpo di grazia. Spazzò via i Placodermi, annientò intere famiglie di pesci agnati e ridusse all'osso le popolazioni di tetrapodi primitivi. La vita terrestre passò attraverso un collo di bottiglia millimetrico.

Cosa scomparve — la fine di un mondo oceanico

Il mare fu il vero palcoscenico dell'estinzione. I Placodermi chiusero all'evento di Hangenberg una dinastia lunga 100 milioni di anni. Zero superstiti. Una radiazione evolutiva di oltre 400 generi si estinse, lasciando un vuoto ecologico che preparò il campo per l'ascesa di squali cartilaginei e pesci ossei.

I reef devoniani di coralli stromatoporoidi e tabulati smisero di esistere. Il blocco della biocostruzione si protrasse per 15 milioni di anni. I trilobiti, già decimati nel corso del periodo, si aggrapparono a pochissime linee di discendenza, rimandando la fine definitiva alla successiva crisi permiana.

Sui continenti l'impatto fu selettivo. L'evento di Hangenberg quasi azzerò i primi tetrapodi. Dai pochi superstiti, tuttavia, ripartì l'intero albero genealogico dei vertebrati di terraferma: anfibi, rettili, dinosauri, uccelli, mammiferi.

Atto III — La ripresa e il nuovo ordine dei mari

La ripresa biologica fu lenta e asimmetrica. Il Carbonifero si aprì su oceani spopolati, colonizzati da organismi opportunisti capaci di tollerare scarsità di ossigeno e habitat mutevoli. Niente coralli costruttori. Niente predatori corazzati giganti.

Ma la pressione selettiva riempì i vuoti. Gli squali, comparse marginali nel Devoniano, esplosero in varietà e stazza, occupando il vertice della piramide alimentare lasciato dai Placodermi. I pesci ossei si diversificarono. A terra, i tetrapodi superstiti si trasformarono nei primi veri anfibi, sviluppando polmoni complessi e arti robusti per un'esistenza fuori dall'acqua.

Tra i reperti chiave di questa transizione spicca un fossile scoperto nel 2004 nelle rocce del Nunavut, in Canada: il Tiktaalik roseae. Un sarcopterigio, un pesce a pinne lobate dotato di un'anatomia di confine. Collo snodato, costole atte a sostenere il peso, abbozzi di articolazioni carpali nelle pinne. Non un tetrapode finito, ma un ponte biologico in movimento. La sua linea evolutiva oltrepassò la crisi devoniana. Da quel modello anatomico derivano tutti i vertebrati terrestri.

L'eredità della seconda estinzione di massa

Il Tardo Devoniano sfugge alle narrazioni semplici. Manca il climax cinematografico. È una crisi sistemica ad accensione lenta. E proprio per questa sua dinamica strisciante, risuona in modo chirurgico con le metriche del presente. Alterazioni climatiche graduali. Eutrofizzazione delle acque. Crollo silente della biodiversità.

L'insegnamento è geologico: le grandi estinzioni non esigono necessariamente l'impatto di un corpo celeste. Le alterazioni costanti dei cicli biogeochimici, se spinte oltre il limite di resilienza degli ecosistemi, bastano e avanzano per riavviare l'orologio della vita sulla Terra.

Curiosità sulla seconda estinzione di massa

Nel 1984, i paleontologi David Raup e Jack Sepkoski tracciarono un bilancio delle estinzioni marine degli ultimi 250 milioni di anni, identificando un andamento disturbante: un ciclo di crisi biologiche cadenzato ogni 26 milioni di anni. Per spiegare questa regolarità invocarono l'astronomia. Ipotizzarono l'esistenza di Nemesis, una stella compagna del Sole. Un'orbita che la portava periodicamente ad attraversare la Nube di Oort, innescando bombardamenti cometari nel sistema solare interno.

Nemesis non è mai stata individuata dai telescopi e l'ipotesi astronomica oggi è ritenuta improbabile. Ma quello studio, costruito incrociando i dati del Devoniano e delle altre Big Five, alterò il paradigma della ricerca. Le estinzioni smisero di essere lette come incidenti isolati per essere indagate come dinamiche di un sistema solare dai ritmi ancora da decifrare.